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NELSON

La battaglia di Trafalgar (dipinto di William Turner ):
la bandiera posta sull'albero di maestra, mostra le ultime tre lettere del famoso segnale che sventolava dalla  nave ammiraglia Victorycomandata da Orazio Nelson



Nelson, è un nome che sembra uscito da un romanzo d'avventura e scritto fra le pagine del mare; 
eppure a Firenze, l'unica spiaggia, è la foschia dietro la torre e la cupola del Duomo: infatti nel '44, quel nome fu solo l'ironico pseudonimo, con cui iniziarono alla clandestinità un fiorentino.

In casa di Gianni Facca, dubito qualcuno sapesse che il vero Nelson ( Orazio ) nel 1805 fece scrivere sulla bandiera della sua nave ammiraglia: «England expects that every man will do his duty» (L'Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere) ma una cosa era sicura: il Partito D'Azione stava crescendo, nutrito delle stesse aspettative e impugnava una spada fiammeggiante.

Sapevo; ma in casa, non avevo mai trovato niente di scritto: solo un medagliere appeso al muro, ormai come d'arredamento e i ricordi smerigliati di tanti racconti lontani.  
Ritrovare interi faldoni di documenti ingialliti, è stato emozionante: Nelson, li aveva sigillati con un fiocco parsimonioso di cotone ancora intatto e la lentezza per scioglierlo, m'è parso un monito.
Penso che leggere quelle testimonianze, sia come divenire comparsa fra le tante sulla scena e ormai è scienza: quelle emozioni, i neuroni le vivono come vere. 


Sicché le annoto qua, anche queste testimonianze: perché qualche curioso legga e Lui... risorga, fra quelle strade di Firenze.
In questi documenti inediti, proseguono due tracce della liberazione di Firenze nel '44:
una, conduce il Servizio clandestino di radio CoRa, fino alla "Liberazione di Firenze", nonostante gli arresti del 7 giugno 
e l'altra, accompagna fin dietro al cancello delle Officine Galileo, assieme ad una squadra coraggiosa di partigiani e operai pompieri.

Indubbiamente a casa del Facca quel giorno, l’unica cosa che tutti sapevano di quel fiorentino, era cos’era disposto a dare. 
Col senno di poi, anch’io se esisto lo devo a lui: a "Nelson", alla sua "fortuna" e alla bellissima militante del Partito d’Azione, che poi sposò.
Oggi mi pento, d'aver giocato, smontato e perso pezzi, di quella strana radio: è colpa mia, se non riceve più; 

però, "trasmette" ancora...

          

                  Buon vento!

                                        Velaccino

tessera avanguardista
ndr.:   LA "COMUNICAZIONE".
Nella contemporaneità, non ci si accorge di quanto influenzi la sensibilità comune.
Un regime totalitario, con una  "educazione adeguata", riesce a far essere felici i giovani,
facendogli imbracciare uno strumento di morte !
( cfr. concetti etici/morali es: comunismo - fascismo - nazismo - isis -  etc. )



                                                           TRATTI OLOGRAFI

documenti
Un'angolo dell'archivio di "Nelson" 
(Ndr. riferito a figli e nipoti nel 1984)
[...] 
certo a voi non sarebbe sufficiente il mio racconto e perciò vi invito a leggere attentamente ogni testimonianza;a studiare attentamente la Storia, sopratutto attraverso la cronaca e documenti originali, tenendo ben presente che nella maggior parte dei casi,è stata falsata o manipolata dagli interessi personali,mutati nel corso dei decenni,creando anche confusione al ricercatore studioso. Ho cercato modestamente di contribuire alla vostra conoscenza di alcuni fatti storici e di cronaca collezionando anche libri,giornali e riviste del mio tempo, che ritengo interessanti. Ma invito voi, che certamente più e meglio di me avrete a poter raccontare e di cose belle,gioiose e interessanti ... di raccontarle,ma per iscritto.

         " VERBA VOLANT,SCRIPTA MANENT " ricordatevelo !
                                                                                                                             [...] prosegue

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UNA CARRIERA DA UFFICIALE DOPO L'OTTO SETTEMBRE ...

Il corso allievi ufficiali,per noi era già finito,ed eravamo in attesa dei documenti di nomina a ufficiale. Il corredo da Ufficiale era già pronto. Lavorato dai sarti dell'Accademia e dopo le ultime prove in sartoria, già ben disposto nel baule personale,insieme alla sciarpa azzurra e alla spada con l'elsa dorata da parata,per le grandi occasioni. Prima di quel giorno la vita in accademia era trascorsa tranquilla,tra nuovi amici simpatici e intelligenti. Per me,lo studio non era gravoso e le esercitazioni erano interessanti:le uscite in mare,sui canotti ad otto rematori,anche se facevano venire le galle alle mani,erano divertenti e solo i turni di guardia notturni intorno all'Accademia e  nei boschi vicini,erano paurosi: quando sul mare,di notte, durante quei turni di sentinella da soli e con l'arma carica, si vedevano strane luci e strani movimenti di barche, erano i partigiani di Tito,ma nel buio, ogni rumore, faceva pensare al nemico. Quel giorno,avevo scommesso con un mio compagno di stanza, che avremmo abbordato le prime belle figliole incontrate e appena scesi dal vaporetto, ne avvistammo subito una: bella, giovane e carina.
Per l'abbordaggio facemmo a “testa e croce” e vinsi io. Usciti dal fotografo io e lei,eravamo diretti verso un posto panoramico,quando le sirene si misero tutte a suonare e fu una grande confusione! La gente correva in ogni direzione e quel suono di allarme si mischiava a quello del nostro vaporetto e al malincuore ... Ritornando in fretta verso il molo,fui avvicinato dalla ronda, che mi ordinò di risalire a bordo e non la vidi più: né lei, né quell'unica foto in divisa da Cadetto... Quell’otto settembre,tutto cambiò a Brioni,come in tutta Italia: dopo,si cominciò subito a respirare l'aria dell'emergenza e del pericolo. Rimanemmo senza acqua potabile ed i viveri furono razionati.

Gli aviatori dei sei idrovolanti "Alcione" da ricognizione,se ne andarono, dopo aver messo fuori uso gli apparecchi.Cominciarono ad andarsene alcuni ufficiali ed alcuni accademisti e ogni mattina,vi erano sempre meno imbarcazioni nel  porto.  Dopo tre giorni non ve ne furono più.

Cominciarono anche le fughe a nuoto attraverso il Canale di Fasano - il lungo braccio di mare che separa Brioni da Pola -. Le notizie erano poche.Vi era una sola radio privata e l'avevano dei marinai comandati al "forte";quella dell'Accademia era difesa e inaccessibile.
Nessuno parlava.

Con i miei compagni di stanza decidemmo di pensare solo  a star bene,in attesa di eventi migliori.  Uno di loro particolarmente sveglio ci “procurò” dei viveri pregiati in scatola,bottiglie di vino buono ed altro: tutto proveniente dal magazzino della mensa ufficiali. Discutendo,ci apparve subito chiaro che anche se fossimo riusciti a raggiungere Pola,avremmo avuto di fronte solo due possibilità:  andare a Trieste a piedi o con mezzi di fortuna attraverso una zona presidiata dai tedeschi,o consegnarci ai partigiani di Tito: alcuni lo fecero,ma nessuno della mia camera. Una mattina, andammo intorno agli "Alcioni" per vedere se era rimasta una qualche arma in funzione che potesse servirci,ma ci procurammo solo cinque pistole,rubandole in una casamatta della Marina;alzando lo sguardo,a circa cento metri da noi nel mare azzurro e calmo,vedemmo nuotare una ventina di giovani con una tavoletta galleggiante e carica del sacco da marinaio: erano marinai e accademisti,che tentavano di raggiungere a nuoto Pola... dall’alto,la scena era nitida: si avvicinò il rumore di una piccola motovedetta e poi,dei colpi di mitragliatrice. Guardammo il mare colorarsi lentamente di sangue e sparire uno,ad uno,i nostri compagni,mentre la motovedetta gli girava intorno mitragliando. Fù il primo spettacolo di guerra che si presentò ai miei sguardi e fu orribile! Uno dei miei amici vomitò. Tutti,rimanemmo allibiti. Il rancore era che non potevamo fare nulla e non potemmo far nulla.

Dopo,non ricordo in che giorno,venne il Vulcania -o forse era il Saturnia- non ricordo bene: il grande transatlantico si ancorò davanti al porto accostandosi alla banchina. All'adunata nel cortile dell'Accademia,in quadrato,il Comandante l'Accademia con tutto il corpo ufficiali rimasto ed il Cappellano, ci dissero che il Comando tedesco ci riconosceva la qualifica di "studenti",non avendo noi ancora ricevuto il brevetto di ufficiali né giurato come tali. Secondo la convenzione di Ginevra ci avrebbero imbarcati sulla nave e trasportati ad Ancona,dove avremmo potuto far ritorno a casa.

Cominciò l'imbarco con una grande faticata,perché tutti dovemmo far da facchini e caricare tutto: tutto ciò che si trovava sull'isola,andava caricato. Poi la nave salpò le ancore e si inoltrò nel canale di Fasano verso il mare aperto. Ma ad un certo punto il comandante,attraverso gli altoparlanti,ci fece sapere che aveva deciso di ritornare indietro -per la nostra sicurezza e quella della nave- dato che un sottomarino tedesco,secondo quanto per telegrafo gli avevano comunicato da Pola,era pronto a silurarci in mare aperto. Era però un ulteriore tradimento di alcuni collaborazionisti del comando italiano in Pola. La nave fu fatta arenare su di un banco di sabbia e noi sbarcammo con le scialuppe ritornando in accademia con quello che fu possibile scaricare. Prima che la nave si arenasse il Comandante aveva dato ordine di concentrarsi tutti a prua. Avvenne allora molta confusione provocata sopratutto dai civili -tutti quelli che erano in Brioni avevano voluto imbarcarsi con noi,anche vecchi donne e bambini- Fui io che incitai i miei compagni di camera a non rispettare l'ordine -la folla non mi è mai piaciuta- e a fare il contrario. Con le nostre valigie,cariche di quel ben di Dio di cui vi ho detto e che ci eravamo spartiti, ci ritirammo a poppa su di un pontone di salvataggio, coperti da ogni sguardo indiscreto; li banchettammo allegramente sino allo sbarco intaccando, ma solo di poco, le nostre riserve. Mi soffermo su questi particolari perchè,come vi dirò e capirete,il fatto di "darsi buon animo" fù per me di grande importanza; purtroppo -e non so perchè- non lo fù altrettanto per gli altri miei compagni.Il giorno dopo lo sbarco,comunicarono che i tedeschi ci avrebbero trasportato a Pola e di lì a Venezia,ma sempre sotto le garanzie della convenzione di Ginevra: a Venezia ci avrebbero lasciati liberi di far ritorno a casa. Vennero dei rimorchiatori d'alto mare da Pola e ci imbarcammo,sempre con i nostri bagagli. Vi era un mare in grande burrasca. Il rimorchiatore entrava dentro le onde che sembravano montagne e io,bagnato come un pulcino,duravo fatica a respirare sotto l'onda. Come Dio volle,si arrivò a Pola ed inquadrati, ci portarono alla caserma della Marina Militare. Già durante il percorso,c'era una situazione strana: le donne di Pola ci venivano intorno incitandoci a scappare e offrendoci cibo e vestiti borghesi, affrontavano i nostri ufficiali ed i militari tedeschi.Cominciai a capire. 
Avevo la mia valigia con i viveri,gli abiti borghesi ed una pistola carica e istintivamente decisi di aspettare...di vedere: volli riflettere.Entrai in caserma: che spettacolo!Davanti a me, migliaia di soldati: alpini,fanti,carristi,genieri,marinai,si erano arresi al comando tedesco,forte di una sola compagnia in Pola; i militari ed ufficiali dell'intero corpo d'armata proveniente dalla Croazia,erano nell'immenso cortile "stravaccati" per terra...sui muri,sui tetti e sui balconi. Le stanze della caserma erano quasi tutte trasformate in latrine: urina e feci dappertutto. Ogni faccia esprimeva disfatta,sbalordimento,paura; in quasi tutti vi era assoluta incapacità di reazione. Visti da li,sembravano bestie, non uomini. 
Io e i miei compagni trovammo scope,stracci,secchi ed acqua e pulimmo una stanza per bene; ci procurammo letti,materassi ed un tavolo: si mangiò e si dormì bene due notti e due giorni e decidemmo di lasciarci trasportare a Venezia.  Nonostante tutto avevamo ancora fiducia nella parola data: che cioè a Venezia ci avrebbero lasciato andare a casa; fra l'altro,nessuno ci aveva toccato i bagagli. Grandi psicologi i tedeschi!Ci imbarcarono su di una nave mercantile tedesca e con militari tedeschi a bordo. Appena arrivati sul ponte ogni nostra illusione cadde come noi cadevamo letteralmente spinti a calci dal ponte nella stiva,mentre giovanissimi militari ci puntavano le machinepistole addosso.
Una mitragliatrice pesante era sul ponte di comando,pronta a far fuoco,di fianco al comandante tedesco del mercantile che,fumando la pipa,si godeva la scena con il sorriso sulle labbra. Quando il carico della stiva in cui venni a trovarmi fu completato,quei tedeschi -ragazzini-militari- armati,scesero in mezzo a noi e cominciarono a rubare orologi,anelli e collane.
Io avevo solo una catenina con una medagletta d'oro,che mi aveva regalato mia madre e mi fù facile,piccola com'era,nasconderla in una scarpa. Alcuni si ribellarono e furono picchiati a sangue sempre sotto la minaccia delle armi. Un compagno d'accademia, il principe Borghese - fratello mi dissero di quello famoso e che poi divenne capo della X Mas - che si era lasciato portare via tutto,si ribellò quando gli portarono via un piccolo braccialetto. Fù steso a terra a suon di legnate e sanguinante, vi giacque svenuto per ore.

Come Dio volle,si arrivò a Venezia la mattina dopo e la nave si fermò proprio davanti a San Marco. Dato che la sorveglianza durante la notte si era allentata,ero riuscito a salire sul ponte -sempre con la mia valigia- ed a sedermi su di un pennone. Che spettacolo! A guardare Venezia dall'alto di un pennone di una nave,in mare e di prima mattina,faceva sembrare non fosse successo nulla! Ma dopo un poco, si accostò una motobarca e salirono sul ponte alcuni soldati con la fascia della croce rossa al braccio e due crocerossine in divisa bianca: il ponte si animò subito di soldati,di fanti e di  marinai: le crocerossine avevano portato ed aprirono due sacchi, cominciando a distribuire pane e formaggio. Per un poco le cose andarono bene,poi successe una gran confusione. Vidi bianchi –i marinai- e verdi  -gli alpini e soldati- che si azzuffavano: mentre cercavo di rendermi conto di quanto stava avvenendo,valutando anche la possibilità di gettarmi a mare e raggiungere la riva a nuoto,proprio nel girare lo sguardo alla riva vidi un rivolo di sangue cadere in mare che,pian piano,si colorava in una chiazza rossa. Sbalordito girai lo sguardo nuovamente sulla tolda e seguendo la traccia rossa,vidi la zuffa e alcuni feriti,stesi a terra.

Alzando lo sguardo sul ponte di comando,la stessa faccia sorridente del barbuto e biondo capitano tedesco,che fumava la pipa mentre  guardava la scena quasi compiaciuto e sorrideva. Psicologicamente  cominciavo ad essere come impietrito; non reagii per niente; nemmeno quando attraccati al molo del porto commerciale, ci fecero scendere a gruppi circondati da soldati tedeschi armati. Con me, avevo ancora la valigia.

Ci fecero salire su carri merci e ci chiusero,pigiati come bestie e come bestie ci comportammo in quelli carro: ufficiali ed accademisti, erano incapaci di ogni reazione,erano abulici...straniti. Un ufficiale con tanti nastrini sul petto di medaglie al valore, una d'oro, altre tedesche - compreso quella di 1 classe -giovane ufficiale comandante di sottomarini atlantici- insomma, un vero eroe di guerra,sembrava impazzito: batteva violentemente la testa contro la parete del carro gridando:"mamma!mamma!" Un mio compagno di Firenze,con cui avevo pianificato il ritorno a casa,ora era steso in terra con altri,incapace di qualunque movimento: sembrava inebetito,non rispondeva; non reagì nemmeno quando lo schiaffeggiai! Io aprii la valigia: misi il mio vestito borghese e mangiai e bevvi con calma -che a pensarci ora mi rivedo strano,cinico,anormale- ma avevo la pistola nella cintura e la scatola dei compassi in una tasca della giacca e mi sentivo deciso: sarei fuggito! A qualunque costo.Dai finestrini alti con le grate di ferro, si vedeva la banchina della stazione e l'andirivieni delle crocerossine che raccoglievano i biglietti scritti e gettati dai prigionieri nei carri. Si vedevano i tedeschi armati e con le armi puntate... ma dai finestrini della parte opposta, si vedevano anche dei ferrovieri che andavano avanti e indietro,ed io -figlio di ferroviere- capii subito che il loro andirivieni,non era che una finzione di lavoro. Ne attirai uno, che mi guardò subito in modo strano e con pochi gesti mi fece capire che mi avrebbe aiutato, ma usando estrema accortezza.

A Napoli,avevo bene imparato a parlare a gesti e con poche parole e quindi da lontano, io dal finestrino e lui che faceva finta di lavorare, ci accordammo: mi avrebbe aperto il gancio della porta del carro non appena il treno si fosse messo in movimento. Cercai di comunicare la cosa ai miei compagni, ma nessuno mi prestò ascolto né attenzione. Il treno si mise in movimento ed io dal finestrino vidi quel ferroviere attraversare di corsa i binari e venire verso il carro. Poi sentii un crepitare di armi da fuoco ma anche il rumore del gancio di ferro che si apriva. Mi sembrò, Dio voglia...di vedere il ferroviere in piedi quando lo persi di vista. Lasciai che il treno prendesse velocità e passaron due o tre chilometri. Gettai la pistola ed anche la scatola dei compassi, accanto alla mia valigia piena -avevo pensato che se mi avessero preso,l'arma mi avrebbe solo danneggiato e la scatola dei compassi poteva rompersi quando mi fossi lanciato- quindi aprii la porta del carro e mi gettai a tuffo! Saltai bene,perchè mi sbucciai solo un po' le mani e il viso, ma il vestito rimase intatto. Appena sentii il crepitare delle armi e vidi intorno a me la polvere sollevata dai proiettili, spiccai la corsa e corsi che sembravo Beccali! Mentre il treno passava -ma non andava certo a più di 40 chilometri all'ora- mi lanciai,lungo la scarpata e lungo i binari,zizzagando. Cominciava ad imbrunire e non mi accorsi correndo, di chi fossero quelli che in tre,mi bloccarono dopo un poco: ero talmente eccitato che mi divincolai e ne presi uno per il collo: l'avrei strozzato se gli altri non mi avessero urlato che erano ferrovieri amici, che erano li per aiutarmi! Mi aiutarono infatti: mi portarono al Deposito Locomotive, mi fecero lavare e mi medicarono. Mi diedero da mangiare ed io rimangiai e ribevvi. Saputo che ero figlio di ferroviere e che ero munito di libretto ferroviario per i viaggi gratuiti, mi fornirono di un lasciapassare tedesco falso,che mi dichiarava studente dell'università di Venezia residente a Firenze -fortunatamente in tasca avevo anche la tessera universitaria di studente in ingegneria-. La mattina verso le tre, mi misero su di un treno passeggeri munito di regolare biglietto a riduzione per studenti Erano i primi "Patrioti" che io avevo incontrato. Erano già bene organizzati; devo a loro molto: moltissimo!...Spero che abbiano goduto della giusta ricompensa nella loro vita: non li ho più rivisti da allora,ma ricordo di aver annotato,in quella sera,il loro nome su di un taccuino che avevo in tasca e che non sò dove sia andato a finire. Se si riuscisse a trovare quel taccuino e quei nomi, vorrei proprio che sapessero,loro e i loro discendenti,di quanto gli sia riconoscente; di quanto io abbia giudicato "eroico" il loro comportamento di veri Uomini.Molti anni dopo ho saputo che nessuno più scappò da quel vagone aperto o da altro di quel treno, nonostante il macchinista rallentasse o si fermasse lungo il percorso,anche in qualche galleria,per permettere la fuga dei prigionieri. Tutti andarono a finire in Germania,nei campi di lavoro forzato o nelle miniere di carbone o,alcuni nei lagher. Molti morirono di stenti.
I reduci li ho ritrovati a Roma durante l'unico raduno di "Mariponave" al quale ho partecipato dopo la guerra. Dunque: durante il lungo viaggio notturno da Venezia a Firenze ebbi anche la fortuna di cavarmela durante i controlli dei militi tedeschi e fascisti,sia in treno che nelle stazioni di Verona e di Bologna, dove dovetti attendere le coincidenze. 
La fifa,anche in questi casi,fu tanta. A mio vantaggio c'era il fatto che ero un viaggiatore esperto ed il mio modo di fare spigliato e sicuro giocò a mio favore. Ma tant'è! Arrivai a Firenze nel pomeriggio e mi incamminai verso casa in via Alfredo Oriani. I miei non avevano telefono e non li potei in alcun modo preavvertire.  Era quasi un mese che non avevano mie notizie. 

Fu all'angolo della strada,all'inizio di quella via,che vidi mia madre venire tutta eccitata verso di me, gridando: "avevo ragione,lo sapevo! Lo sapevo che saresti arrivato!” Li per lì,non ci feci gran caso e fu dopo gli abbracci, i baci e le prime notizie che ebbi a dargli,che mio padre con aria alquanto sbalordita, mi disse che poco prima, mia madre aveva cominciato ad agitarsi insistendo che doveva venirmi incontro, perchè... sarei arrivato quel pomeriggio!?
1944
Sino ad allora, tutto sommato, mi era andata molto bene,ma subito ricominciarono i guai: i "bandi" di presentazione alle armi!
I delatori purtroppo si trovavano in ogni strada e in ogni ufficio e io che dal momento della mia fuga dal treno,non mi ero ripresentato alle autorità militari,ero ufficialmente un "disertore". 
Dal mio arrivo a casa,giorno dopo giorno,la mia situazione divenne sempre più pericolosa ed anche quella dei miei familiari per causa mia,dato che quei bandi tedeschi,in questi casi,li chiamavano in causa. Lo sapevo; me ne rendevo pienamente conto,ma quello che feci dopo,fu da me deciso e fatto, con l'accordo tacito dei miei,anzi: con la loro piena approvazione. 
Tutti in casa,anche mia sorella Carla,non parlavano,né mi chiedevano di quello che facevo. 
Anche il nonno -in cantina,senza fiatare, facendo finta di nulla- mi riparava le armi che gli portavo: mi costruiva i chiodi tricuspidi in ferro e m'insegnava a costruire i primi prototipi di bombe -come avrò a dire a parte-. Mio padre che viaggiava ogni giorno sul treno per lavoro, mi portava informazioni preziosissime, militari e politiche; mia madre nascondeva tanto bene la "roba",che nemmeno i miei amici la trovarono,quando vennero a casa,credendo che fossi stato arrestato. Lei,del resto,quando fascisti o tedeschi venivano casa per casa,a rastrellare gli uomini,riusciva a nascondere anche mio padre oltre che me: il sottotetto della casa al quale si accedeva da una botola,era quasi invisibile. 
Nessuno diceva qualche cosa ... nemmeno una parola.
Non si parlava nemmeno della fune a nodi,legata alla ringhiera del terrazzo della cucina,che dava sui cortili posteriori: era arrotolata sul pavimento del terrazzo,nascosta sotto un grosso vaso da fiori pronta in emergenza,per scappare dall'appartamento; così come sarebbe stato possibile scappare per i tetti, servendosi di quella botola.
Cioè a dire: tutta la mia famiglia era mobilitata e tutti,operavano per permettermi di fare quello che feci sino allo fine della guerra: il Partigiano -e và detto che allora in casa, c'era piccolissimo Rinaldo, mio fratello- ...


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   L'INIZIAZIONE:



Tessera originale
L'attività clandestina, cominciò due o tre giorni dopo che ero arrivato. La Terzi,la “donna di casa” dei Ronconi,aveva incontrato mia madre al mercatino rionale vicino al sottopassaggio della  ferrovia in via dello Statuto. Si conoscevano bene e mia madre gli confidò che ero a Firenze perché lo facesse sapere ad Enzo,mio amico e compagno di studi al Liceo Dante di Firenze. Enzo venne subito a trovarmi e,senza mezzi termini,mi disse tutto quello che lui aveva fatto dopo l'8 settembre con i compagni di "Giustizia e Libertà": senza remore, mi chiese se volevo entrare a far parte del “gruppo”. La rabbia che avevo in corpo era tanta ed aveva bisogno di sfogo immediato: quindi,non solo gli dissi subito di sì,ma chiesi garanzie che non si facessero discorsi...ma fatti! Fu evidente che Enzo aveva riferito bene il mio stato d'animo e garantito per me e per quello che avrei potuto fare,se la sera stessa,portandomi a casa del "Gianni" -Gianni Facca- e di sua moglie Silvia,il Gianni subito dopo le presentazioni,mi disse: il tuo nome di battaglia in codice,sarà "Nelson"! -questo,considerata la questione dell'accademia di Brioni-. Detto e fatto: mi chiese subito se sarei stato disposto ad andare nel piccolo aeroporto di Siena con lui ed altri tre amici per smontare,alla barba dei tedeschi e fascisti,un siluro da aereo che era rimasto lì in deposito, per recuperarne l'esplosivo. 
Vi garantisco che quel giorno fui felice! Ma la "rabbia" era ancora tanta... tanta,che si spense assieme ad un eusarimento,solo dopo la fine della guerra,fra le colline di Siena,durante la “Campagna per la Costituente Repubblicana",che io condussi in quella provincia per il Partito d'Azione...


tratto dall'archivio completo
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 UN DURO COLPO AL NOSTRO SERVIZIO SEGRETO:  LA RETE TEDESCA SU CO.RA.



Quante lamentele per il dover aspettare troppo a lungo,un mezzo pubblico di trasporto! Io devo fare ammenda nel ricordarmi che proprio un mezzo pubblico di trasporto mi ha salvato da una grave situazione in cui ero incappato. Sì,devo molta riconoscenza ad un "tramvai," che arrivò proprio in tempo e mi salvò dall'arresto e da altre immaginabili e forse gravissime conseguenze... Vi racconto: Quel giorno,non mi ricordo quando -ma è facilmente rintracciabile la data e l'ora presso l'Istituto Storico ella Resistenza di Firenze- come capitava spessissimo,Carlo Campolmi mi aveva dato appuntamento ad un'ora precisa,all'angolo di piazza Beccaria con il viale che va verso l'Arno,ora viale della Giovane Italia: la puntualità cronometrica era "vangelo" per la nostra organizzazione militare clandestina e sempre rispettata dal mio gruppo. Come al solito ci dovevamo scambiare le informazioni raccolte,per poterle elaborare ciascuno per le proprie competenze e la successiva distribuzione: al Comitato Militare,al CTLN o a Radio CORA. Io di solito, li tenevo scritti su carta di riso finissima in un rotolino piccolo piccolo,nascosti nel basco o in tasca; quel giorno,di rotolini ne avevo diversi.
Piazza D' Azeglio - Fi 

L'incontro doveva essere rapido come al solito, per dare la sensazione di essere casuale; il tempo cioè di un saluto e lo scambio di poche frasi. Venivo da casa: da via Atto Vannucci e come sempre,me l'ero fatta a piedi. Lo preferivo, perchè il camminare svelto e girare per Firenze ad ogni angolo,mi dava la possibilità di controllare e "seminare" eventuali pedinatori -come sempre ero attentissimo-. Ricordo che da piazza Donatello,avevo percorso il viale sulla sinistra,per cui stavo attraversando piazza Beccaria di traverso quando,passando di fronte alla "Porta" -lato Borgo la Croce- vidi li sotto un "compagno",appoggiato alle pietre,come in attesa. Poiché sui due lati della "Porta" passava il "tramvai",c'era gente ferma. Non feci caso ad alcun altro particolare e tutto mi sembrò normale come il suo sguardo; per cui feci un piccolo cenno di saluto con la testa,senza fermarmi.

A ripensarci,fu quel gesto a tradirmi perchè subito fui assalito e circondato da sette od otto energumeni,che mi si gettarono addosso agguantandomi da ogni parte: mi intimavano ordini ad alta voce mentre un ometto,che riconobbi come un custode dell'istituto di matematica,m'indicava come "quello che cercavano tra gli altri" -all'epoca ero iscritto alla facoltà di ingegneria e frequentavo l'Istituto-. Divincolandomi inutilmente,giuravo gridando,fossero matti in preda ad un abbaglio e mentre quelle prese cercavano di trascinarmi verso l'arco,il "tramvai" s'avvicinava suonando la campanella: tutta quella gazzarra era proprio lì: sopra le rotaie! Fu questione di attimi e la scena s'allargò: urlavamo tutti, anche qualcuno di quelli in attesa del tramvai che assistevano perplessi e non capivano: erano tutti in abiti borghesi e qualcuno,come è caratteristico dei fiorentini,cominciò anche a difendermi: io,"un giovane aggredito da energumeni". Il tramvai sferragliando e suonando il campanello stizzoso,si bloccò: il conducente si sporse dal finestrino e bestemmiando,ci appellò come "imbecilli che intralciavan la manovra" e i passeggeri scesero a valanga,facendo ressa con quelli a salire... Anche quella volta,fu questione di secondi infiniti: loro che mi stavano arrestando,ebbero un attimo di esitazione ed io scappai via,che sembravo Beccali e quelli, mi rincorsero! Fui più veloce e dopo tre o quattro angoli di strada, non li vidi più e decisi di correre verso l'Arno e la foce dell'Affrico. Lì infatti c'era -e c'è ancora- un villino di lusso", con un ingresso che aveva diverse uscite:evidentemente scelsi bene,perché dopo un paio d'ore,uscì da quella del retro,tranquillo come una pasqua e ritornai a casa a piedi. Da mia madre,seppi che nel frattempo,c'era stata la visita della donna di casa di Ronconi -la Terzi-. Insieme a due "miei amici"(penso Gianni Facca ed il biondino franco: l'italo-spagnolo) avevano frugato financo nella cenere dei fornelli,in cerca di armi o documenti,senza trovare nulla che potesse compromettere la mia famiglia,me o l'organizzazione.

Avevano detto a mia madre che ero stato arrestato dalla "banda Carità" insieme a numerosi altri compagni in Piazza Beccaria,ma lei rimase calma e mi disse(e sempre confermato)che aveva lasciato fare questi amici,convinta si stessero sbagliando: certa che non mi avevano arrestato,perchè se "lo sentiva"... sarei tornato puntuale,come infatti avvenne.
La "razza" Pinotti-Calcini ne aveva viste di ben altre, fra nonni e zii, e sapeva come comportarsi in quei frangenti...Ma anche: che fortuna!
Gli altri compagni arrestati,furono torturati ed inviati in campi di concentramento in Germania;come Max Boris... e altri uccisi. Quel giorno in piazza Beccaria,successe qualche cosa di molto strano per noi di G.L.: come mai a quell'ora tanti di noi,ignari l'uno dell'altro,ci si trovava tutti lì? Indubbiamente fu una "trappola" contro la nostra organizzazione e molto ben preparata: c'era stato un tradimento...un'infiltrazione? Comunque a Firenze,noi di G.L.,sapemmo riprenderci e continuare il lavoro clandestino.Lo ripresi il giorno dopo e mi aumentò,perchè dovetti riorganizzare tutto il servizio e dirigerlo da solo sino a pochi giorni prima dell'insurrezione.
Impossibile dimenticare...

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                         UN'AZIONE ROCCAMBOLESCA CON DEL MONACO


Il 3 agosto del "44 a Firenze, poche ore prima che i ponti fossero fatti saltare,a me e al Capitano Del Monaco pervenne una richiesta del comando militare G.L. : cercare di recuperare le armi e le munizioni che si trovavano in un magazzino clandestino in una viuzza presso il "Magistero". [1]
Il Cap. Del Monaco sapeva dove andare e aveva avuto le chiavi della saracinesca dell'ingresso. Vi arrivammo,mentre i gendarmi tedeschi coadiuvati dai Carabinieri italiani,stavano facendo sgombrare tutta la zona,dagli ultimi cittadini che tentavano di portare via dalle case quanto era possibile trasportare. Non fù facile arrivare al deposito da piazza Wiessieux,dove avevamo fissato l'appuntamento.
Eravamo armati di una sola pistola.
Per non farci fermare dai numerosi posti di blocco,impiegammo molto tempo ad arrivare:circa un'ora. Fortunatamente il deposito era seminascosto in quell'angolo del vicoletto deserto,subito dopo l'arco dal quale si accede da via del Parione,anche se in quella strada molte erano le persone ed i militari di guardia che passavano. Ad onor del vero tutti erano affaccendati e non prestarono attenzione a noi,mentre cercavamo di aprire la saracinesca arrugginita, che si aprì solo dopo vari tentativi ed in modo rumoroso: apparvero una diecina di fucili da caccia di ogni tipo,fucili da guerra modello "91,alcuni moschetti,due mitra Beretta ed una "maschinenpistole" tedesca; munizioni numerose e di vario tipo. Era materiale nel complesso pesante,che non poteva essere trasportato se non con qualche"mezzo".
Nel magazzino di adatto,c'era soltanto un vecchio triciclo con cassonetto a griglia,ma purtroppo non aveva copertoni alle ruote da bicicletta, e aveva un sellino di sole molle: senza copertura. Dovevamo fare presto e decidemmo di caricare il materiale sul triciclo. Coprimmo il tutto alla bene meglio con cartoni e stracci: io sul sellino a pedalare e a guidare,partimmo con Del Monaco davanti, che faceva strada. Più di una volta i cartoni,smossi dal traballare delle ruote sul selciato, mostravano il carico,che subito Del Monaco cercava di nascondere... Tutto andò liscio,sino a quando non arrivammo all'angolo di via Santa Caterina da Siena,nel tentativo di arrivare ai Viali da via Alamanni e poi alla Fortezza:proprio lì,vicino a piazza stazione,i Carabinieri avevano fatto un posto di blocco ed impedivano alla gente l'accesso a Piazza Stazione; tutti(tanti)erano fermi invia della Scala. Non sapevamo come fare a farci largo tra la gente senza far notare il nostro carico ed avevamo paura che qualche Carabiniere, anche se lontano un 50/70 metri,potesse notare qualche cosa di strano.Ci guardammo a lungo io e Del Monaco,fermi in quel posto,indecisi,senza parlare;poi,come se i nostri sguardi avessero parlato in silenzio,decidemmo insieme...io mi alzai sui pedali gridando in continuazione:"la badi eh!"(stia attento!);presi la rincorsa mentre Del Monaco -zoppicando per una caduta da cavallo quando era in servizio attivo in cavalleria- correndo con la pistola spianata, mi faceva largo tra la gente sbalordita dai nostri gesti,dalle nostre grida e anche dal rumore del triciclo le cui ruote senza pneumatici,non erano più neppure tonde. La visione del carico ormai scoperto dai cartoni e dagli stracci che erano caduti sulla strada dopo i primi metri di corsa, era irreale.
Ci andò bene........fortuna iuvat. Nessuno ci fermò e quel carico arrivò dove doveva arrivare: nella nostra zona, in casa di Del Monaco e mia; buon ultimo di altri carichi di armi,tutti avventurosamente acquisiti nel periodo clandestino.
La "maschinpistole",divenne una mia arma e l'usai durante l'insurrezione di Firenze, ma ebbe a tradirmi nel momento di maggior pericolo,inceppandosi durante la battaglia ai "cappuccini": per pormi in salvo, sotto un nutrito fuoco di mitragliatrici tedesche, dovetti usare la testa (per la verità, protetta dall'elmetto) per sfondare un cancelletto e gettarmi a terra...

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[1] nota: il Pro-Rettore di quell'Università era PIERO CALAMANDREI (uno dei fondatori del Partito D'Azione) . Giuliano (Nelson), descriveva un vicolo di Via del Parione: una "VIUZZA" quasi di fronte al Magistero ....
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DUE "BOMBE INTELLIGENTI"...

19 NOVEMBRE 1984  
Oggi mi è venuta voglia di raccontare di un'altra "fortuna" che mi capitò!
Nelson 1944 Firenze
suoi appunti olografi 
Pochi giorni prima dell'insurrezione a Firenze ero all'ultimo piano di un antico palazzo,posto tra piazza Santa Maria Novella e piazza Goldoni -forse in via della Spada? Bisognerà sentire l'Istituto Storico della Resistenza a  Firenze- credo doveva essere lo studio,di un nostro compagno: l'architetto Detti; abbiate pazienza: da allora ho fatto tabula rasa nella mia memoria -del resto, "in caso di arresto non dovevo parlare"...- Vi dicevo dunque,che in quella casa partecipavo ad una riunione operativa del Comando Militare del nostro movimento clandestino G.L. ,quando ad un certo punto un compagno che era in strada di guardia venne ad avvertirci che tedeschi e fascisti stavano effettuando un rastrellamento casa per casa in tutta la zona. La riunione ebbe subito termine,ed ognuno dei partecipanti uscì e prese direzioni diverse. Io ed Enzino -Ronconi- ci dirigemmo verso piazza Santa Maria Novella, dove avremmo potuto prendere varie direzioni. Appena giunti all'angolo di via del Sole, fummo però fermati da un Carabiniere che subito ci chiese i documenti di identità. Purtroppo avevamo,io ed Enzo,solo le carte di identità che,guarda caso,erano entrambe nuove di zecca e rilasciate dal Comune di Firenze, con la stessa data. Erano carte d’identità autentiche,rilasciate proprio dall'apposito ufficio comunale;in regola in tutto, salvo che la data di nascita, alterata dallo stesso impiegato comunale -che era un nostro compagno-, ma quel "tanghero" di Carabiniere andò subito a mettere il naso sulle date di rilascio de documenti e si insospettì e cominciò a farci un sacco di domande e di contestazioni: io ed Enzo ci guardavamo di sottecchi e cercavamo di apparire più naturalmente ingenui e convincenti che si poteva,ma quello,con le due tessere in mano,non si spostava di una virgola e continuava a contestare con l'evidente intenzione di aspettare qualche suo superiore a cui riferire il caso.  Sia io che Enzo avevamo i soliti bigliettini-rotolini di carta velina con le disposizioni operative e le informazioni e quel giorno più del solito per via di quella riunione. Cominciammo subito a masticare in fretta e ad ingoiare tutta quella carta,facendo finta di nulla,come se fossero caramelle e sempre parlando per vedere se quello ci mollava. Io però al solito,avevo fra le gambe anche una pistola carica,con il colpo in canna,legata con lo spago dentro la tasca appositamente tagliata nell'interno. Poichè la situazione non era propizia ad alcuna forma di difesa diversa da quella che stavamo attuando,mentre parlavo e mangiavo,cercavo anche di avvicinarmi centimetro per centimetro, alla buca della fogna sotto il marciapiede dove mi trovavo,per vedere se per caso avessi potuto riuscire a sbarazzarmi anche di quella,deciso però,anche ad usarla in caso estremo. Ronconi mi aiutava in questo ed io e lui ricordo,pur dicendo tante cose al Carabiniere perchè ci mollasse,ci parlavamo con gli occhi. Il Carabiniere però si insospettiva sempre più,facendo gesti a delle Guardie della Repubblica di Salò armate di mitra,che stavano venendo nella nostra direzione. Io,non riuscivo a mettermi in condizioni utili per gettare di nascosto la pistola -anche se l'avessi usata,a quel punto,non ne avrei avuto forse vantaggio,data la vicinanza degli armati-. Anche Enzo non era ancora riuscito ad ingoiare tutti i rotolini e mi faceva capire che se ci avessero arrestato saremmo stati "fregati". "Fregati"  da tutto quello che ancora ci rimaneva addosso. Ogni secondo che passava la situazione si faceva sempre più disperata. Ci vennero intorno in cinque;parlarono con il Carabiniere e ci ordinarono con i mitra spianati di incamminarci.
Per noi,sembrava finita!
Ma ecco,ad un tratto nel giro di pochi secondi, si sentì l'urlo lacerante di un aereo e lo scoppio vicinissimo di due grosse bombe: uno Spitfire inglese, era venuto giù sopra di noi in picchiata! Gli urli della gente come impazzita,che cominciava a scappare disordinatamente in tutte le direzioni,le sirene della difesa civile ed il crepitare delle mitragliatrici della difesa antiaerea,formavano il solito "casino" che sempre capitava in quei casi! Le guardie che ci avevano arrestato,ebbero un attimo di incertezza e io ed Enzo ci guardiamo: in quell'attimo,io gli strappai dalle mani le carte di identità -e non si oppose- e via! ! Una fuga tanto veloce, che la stessa "Fortuna",che anche stavolta ci aveva aiutato,ne sarà stata contenta...
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                    A QUALUNQUE COSTO...



Ricordo di quando alla "Galileo" per quasi un mese non si fece altro che mangiare riso,senza sale e condito solo con un poco di "morchia" d'olio di oliva,trovata in fondo ad una damigiana nella mensa dell'officina e filtrata per quel che si poteva.
Comandavo una squadra composta da compagni amici studenti universitari ed i "vigili del fuoco" -operai della Galileo stessa-.
Per ordine del CTLN  fiorentino,dovevamo tentare di salvare dalla distruzione quello stabilimento.
Si stette dentro le mura dell'officina sino alla completa liberazione di tutta la zona di Rifredi, dal Mugnone, fino oltre Careggi: zona della città che era rimasta in mano ai tedeschi e fascisti per molto tempo,quando già il resto della città era stata liberata ed i partigiani di G.L e delle brigate Garibaldi si erano attestati sul Mugnone,senza poterlo varcare per molto tempo,nonostante aspri ed accaniti combattimenti.
A Rifredi tutti sapevano che una compagnia di Partigiani ben armati erano a presidio dell'officina, ma lo sapevano anche i tedeschi,che più volte cercarono di entrare: erano i guastatori della Goering,insieme ad una compagnia,il cui comando si era attestato in una villetta sopra i "Cappuccini".  Pochi tedeschi per la verità,ma armati fino ai denti e con la disponibilità di un cannoncino, mitragliatrici pesanti e due carri armati.
Vi assicuro che ci diedero filo da torcere e non ci fecero certo dormire! Già......... perchè,a proposito di dormire: una notte io non ne potevo più,ed andai a dormire nell'orto del "poggetto" dell'officina,in un pollaio di vetro in cui v'era ancora qualche gallina da noi amorevolmente curata -che duraron poco- lì mi addormentai di sasso e mi svegliò il sole all'alba: mi alzai,guardai intorno e circondato da vetri rotti, mi accorsi che non c'era più il pollaio! Chiesi perplesso ai compagni che erano di guardia,cosa fosse successo...orbene, sembrò incredibile anche a me! Durante la notte,una cannonata caduta vicino,aveva rotto tutti quei vetri del pollaio e io,non avevo sentito nulla! I compagni,accertati che non avessi riportato danni, mi avevano lasciato dormire...
Giuliano Calcini  "Nelson"
       ( al centro col basco )

Credetemi! Non fu facile,impedire ai guastatori tedeschi di far " saltare "le officine Galileo... Era diventato quasi un tragico gioco tra noi e loro,come al gatto con il topo; però a colpi di armi da fuoco e bombardamenti (e non solo tedeschi!) Una volta infatti, ne subimmo uno Americano di razzi e se non fosse stato per l'aiuto di un maresciallo maggiore tedesco -un certo Gustaw-ci avremmo lasciato tutti la pelle! Fu una seminata di proiettili a tappeto,che avanzavano di metro in metro,arando tutta la campagna del"Poggetto"... Loro (gli alleati) evidentemente,credevano di bombardare i tedeschi appostati poco più avanti e fu quel Gustaw -evidentemente un esperto- che dopo la prima scarica,ci "consigliò" di non andar avanti,ma di tornare indietro,dentro le buche scavate dalle prime esplosioni e in quel modo ce la cavammo senza un graffio! Entusiasti,lo nominammo subito nostro "collaboratore non armato" e nostro consigliere militare. Fu ovvio: per simili situazioni,noi eravamo tutti digiuni.
L'avevamo fatto prigioniero durante un combattimento: era un toro! Tanto era forte,che ci vollero cinque o sei di noi per disarmarlo! Fu dura soprattutto fargli levare da ultimo,la mano sinistra da una tasca,dove si vedeva un rigonfiamento rotondo,come fosse una bomba: pensavamo saremmo saltati tutti in aria e allora ce la mettemmo proprio tutta; ma eravamo delle "mezze seghe" di studenti e lui era infuriato: un toro, che ci metteva tutti in terra scrollandoci da dosso. Non ci crederete! Quando sudati fradici e pieni di bernoccoli,riuscimmo a levargli quel coso di mano e di tasca,ci accorgemmo fosse solo un gomitolo di spago! Quando dopo pochi giorni,legato stretto si calmò; capì che non gli avremmo fatto alcun male,ci disse che quel gomitolo era il suo "portafortuna" e noi glielo restituimmo.
Credo gli abbia davvero portato fortuna!...Usando quel poco di tedesco che conoscevano Enzo (Ronconi) e Giorgio (Marinelli),facemmo un patto chiaro,che lui accettò -dalla Lituania (o Estonia-non ricordo) era stato costretto ad andare in guerra a sedici anni e della guerra,evidentemente era stufo- Noi mantenemmo la nostra parola: durante e dopo la guerra. Dopo infatti,fu rimandato a casa come nostro "cobelligerante" e credo si sia trovato bene...
A proposito del gatto e del topo:
Ricordo ancora,che in uno di quei giorni io,Giorgio ed Enzo,eravamo sul Torrione della Galileo per cercare di vedere che facessero i tedeschi intorno a noi e ne vedemmo tre o quattro,armeggiare intorno al Ponte Sul Mugnone,dopo la piazza di Rifredi: dopo un po',capimmo che lo stavano minando. Tutti d'accordo e sdraiati sul quel tetto a terrazza,cominciammo a sparare,ma eravamo imprecisi: forse era troppa la distanza e troppa la nostra inesperienza di tiratori,perchè i Tedeschi invece,rispondevano senza sbagliare un tiro: ogni loro colpo,ci veniva addosso,costringendoci a stare nascosti. Giorgio calcolava col cronometro,gli "intervalli" di tiro,dandoci "il tempo" per rispondere -non per nulla, poi è diventato un pezzo grosso della Facoltà di Geologia dell'Università di Pisa- e fu proprio durante uno di questi intervalli,che sentii un secco colpo metallico e alzai gli occhi per caso sopra la testa di Enzo: a pochi millimetri sopra il suo elmetto,s'era formato un foro circolare perfetto,nel ferro della porta -anche spessa- che dava accesso al tetto del torrione: glielo feci vedere e Enzo impallidì per un attimo,ma subito riprese a sparare e noi con lui,sino a che i Tedeschi non si ritirarono,senza far saltare il "ponte"...
Ci sarebbe tanto da raccontare,su quel periodo alle Officine Galileo e appena posso ci riproverò.
Ora mi viene solo da dire che,dopo la mia operazione(chirurgica) del 1978 a Massa,mi venne la nostalgia di rivedere quel Torrione,il foro nella porta di ferro e prima che le demolissero,le Officine Galileo... una mia debolezza! Scrissi una lettera alla "Commissione interna" di quello stabilimento a Firenze,affinché intercedesse presso la loro Direzione aziendale per permettermi una "visita" magari con altri compagni -pensavo ad Enzo a Giorgio e a Franco Tonani,soprattutto- ma non ho avuto mai risposta: nessun invito. Oggi le officine Galileo non ci sono più a Rifredi,lì,al Poggetto;
sono state trasferite nella periferia di Firenze...

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Nelson 1944
ORIGINALE INEDITO 

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                                                Rapporto originale 
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documenti vari


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                          RAPPORTO INFORMATIVO A FIRMA CARLO CAMPOLMI



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